SONETTI

A DOMENICO DI GIOVANNI DETTO BURCHIELLO, OVERO SECONDO COMPIANTO DI FIORENZA

Quanto leggiadri sono i tuoi Sonetti,
Burchiello mio, d’ingegno e di destrezza,
poi ch’alle rime homai son bene avvezza
non fia stupor che tanto mi diletti

gustando si poëtica scioltezza
e sì sottili, sapidi concetti,
ch’in tempi odierni ahimè sì avari e gretti
son perle in un oceano di monnezza.

Ma cosa c’era in questo Quattrocento
che a così vari artisti dette grazia
Fiorenza trasformando in un gioiello,

mentr’oggi ognun ne fugge come il vento
solo pensando all’infernal macello
di macchine intorno a piazza Dalmazia.

 

FILASTROCCA MOZARTIANA – IL SOGNO DI SCIPIONE

Per il ruolo di Costanza
prepararmi voglio a oltranza:
che finezza, che eleganza,
che lezion dà di creanza!
Molto tempo non avanza,
ma ne resta già abbastanza
perché adotti nova usanza
obbedendo alla maestranza
che ignorando ogni lagnanza
a mia voce dà possanza
prescrivendo con burbanza
del Belcanto la sostanza:

respirar più giù di panza,
dimezzar l’elucubranza,
non sdegnare una vacanza.

 

FILASTROCCHE MONTEVERDIANE

I

Son Proserpina regina,
malinconica e tapina,
di Pluton la mogliettina
che quand’ero ancor bambina
di me fece la rapina
nel fiorir di una collina,
e ora taccio a testa china
dalla sera alla mattina
con nel cor più di una spina.
Ahi me lassa, ahi me meschina,
la mia vita è una rovina,
ogni morto a me s’inchina,
poi per l’Ade si trascina
ch’è affollato come in Cina.
Ma che voce sopraffina
ha quel tipo che cammina,
chiede indietro la sposina
ch’è defunta, poverina,
ah che musica divina,
meglio ancor che la Sestina,
con il cor gli son vicina
e anche un po’ innamoratina.
Son pur sempre una regina,
con Pluton sarò carina,
e un po’ vacca un po’ gattina
scioglierò in qualche moina
quel suo cor di giaccio e brina.
Già il cipiglio gli s’incrina,
già gli cola l’acquolina,
mi fa l’occhio di sardina
e la voce zuccherina,
sono proprio un’eroina.

 

II

Son la bella damigella,
dolce come caramella,
forse un poco stupidella,
sventolando la gonnella
fo danzar la tarantella
a chi attorno mi saltella
per amor di mia mammella.
Della vita in su la sella
godo la mia buona stella
nella regia cittadella,
ma al contrario di Stradella
mai mi chiuderanno in cella,
e nemmeno su in cappella
ove a Dio l’omo s’appella
e in affannni s’arrovella,
ché la strada è proprio quella
per morire da zitella.
Son sì allegra damigella,
vezzosetta e tenerella,
sempre in giro a far flanella,
mi si crede una donzella
usa ad ogni scappatella
ma in realtà son verginella,
di virtù una colombella,
Barbarina è mia sorella.

 

III

Son la splendida Giunone,
dea di tutte le matrone,
mi rispecchio nel pavone,
mia bestiola d’adozione.
Porto con soddisfazione
dell’Olimpo le corone,
uso i troni qual poltrone,
ma il mio petto in sé ripone
il velen di uno scorpione:
tuonerei come cannone,
farei fuori col piccone
quello stupido troione
che mi ha vinto alla tenzone
dell’estrema seduzione,
che indecente paragone,
non c’è inver più religione.
E per questa delusione
feci horrenda ritorsione
d’Ilio alla popolazione:
morte, guerra, distruzione,
di ogn sfiga collezione
con un’ottima ragione,
con impegno e con passione,
ma hor finita è la missione,
hor vediam se con le buone
riesco a prendere all’arpione
mio marito, quel cialtrone,
col mio abile sermone
trasferir la partizione
degli effetti di ogni azione
alla mia giurisdizione
e Odisseo da gran birbone
far tornare alla magione,
travestito da barbone
se necessitade impone.

 

IV

Son la torrida Poppea,
dell’amor sembro la dea,
bianca al par di un’orchidea
da mandar tutti in apnea,
al vedermi ognun si bea
e di amanti ho una marea.
Ma se Otton pur mi godea,
(lui e la sua logorrea),
per il trono io sol vivea,
e a Nerone il cor sciogliea
con in testa nova idea,
chiaramente epicurea,
che sua sposa mi ricrea:
via dalla massa plebea
coi suoi mobiletti Ikea,
dominar vo’ la platea
alla fin dell’epopea,
imperatrice augustea
d’assassinio ancorché rea.
Son malvagia? Si sapea.

 

COMPIANTO DI FIORENZA

Luminose giornate fiorentine,
vivide prima ancor che sorga il sole,
il passo che rapirmi ognhor mi vuole
nel tenue argento delle tue mattine

e farmi perdere oltre il Belvedere,
stradine fiancheggiate di cipressi
e ville dai bucolici recessi
ch’al mondo non è dato di sapere.

Fingo che il tempo non sia mai passato
fra questi chiostri, il cui silenzio è rotto
solo dalle cicale e dagli uccelli,

che il Ghirlandaio con i suoi pennelli
il Cenacolo appena abbia ultimato,
e che la villanella e lo strambotto

gentil cornice facciano alle corti
di vivi ingegni ancora, e non di morti.

 

SESTINA TORINESE

I – ATTO I

Da quanto non mi succedeva questa
struggevole agonìa di liquefarsi,
e tu con me, di sete entrambi arsi,
terrificante, inappagata festa

di sensi che fan perdere la testa,
fuggirsi, e prendersi, e baciarsi, e darsi,
l’una dall’altro non saper staccarsi
ché sempre meno è il tempo che ci resta,

e il tuo odore sublime che mi avvolge,
e i tuoi capelli voluttuosi e vivi,
baciami ancora, stringimi a morire,

facciamo ancora splendere e ruggire
fremendo negli avvinghi più lascivi
fuochi di demoni e di malebolge.

Scena d’amore di dieci minuti,
direi però che ci sono piaciuti.

 

II – ATTO IV

Portare in scena il proprio fallimento,
lividi alle ginocchia e sulle braccia,
lasciarsi in cuore leggere, ed in faccia,
tenendo sempre a mente il vero intento

ch’è quello di coinvolgere gli astanti
magnificando le proprie miserie,
senza crollare sotto le macerie,
andando ad ogni costo sempre avanti

col corpo che ti urla di dolore,
l’anima esausta e senza più risorsa,
la gola rinserrata in una morsa

che par che non esista via d’uscita,
un altro modo di goder la vita,
un altro modo di goder l’amore.

 

III – TEATRO

Uno ti dice di fare una cosa,
tu ti ci impegni, ci rifletti sopra
senza saper ch’è vana la tua opra
sì ponderata e sì meticolosa,

ché l’altro arriva isterico e affannato
a correggerti tutte le tue mosse:
tu lo vorresti prendere a percosse
fino a vederlo al suol disintegrato

perché ora non sai più a chi dare retta,
fra i due fatta evidente è la maretta,
e tu sei quello che ci va di mezzo,

in questo palco pien d’umano olezzo
ascellare, pedestre et inguinale
tra cetre e veli e fiori finti e gale.

 

IV – PROVE

Neve che fiocca lenta su Torino
e si sfarina sui vetri gelati,
portici silenziosi et imbiancati
e dietro una finestra un lumicino

che fa tanto Natale, e invece è marzo,
è quasi primavera, e si lavora,
e poi si aspetta, e si ripete ancora,
fatica spaventosa e poco sfarzo

in questo nostro inver strano mestiere
ove si muor di doglia e di piacere
e alcuna inibizion più non si sente;

urge però restar sani di mente,
e ricordar quell’innevata alcova
dov’è la vita vera a fine prova.

 

V – PROVA COSTUMI

Finché parevi sceso da un trattore,
jeans e camicia tutta stazzonata,
era un piacere essere spupazzata
e assaporare il tuo rude vigore

che sì languir mi fece in questi giorni,
e dell’ormone all’insidioso laccio
abbandonarmi inerme ad ogni abbraccio;
ma adesso guarda come mi ritorni,

oh figlio mio, qui proprio non ci siamo,
parìa per Elton John la confezione
di questo vestitin da Biancaneve,

et io bruciante il core di passione
d’amore dovrei fingere il richiamo?
Non si profila una serata breve.

 

VI – PRIMA

E poi arrivò quel giorno da affrontare
strappandolo a fatica ora per ora,
di nervi un logorìo che ti divora
e il pranzo che non riesci ad ingoiare,

rispondere agli auguri degli amici
sentendoti un malato in ospedale,
pensando che il mestiere più bestiale
rendere non potrìa tanto infelici,

poi arriva l’ora di vocalizzare,
trucco, parrucco, e finalmente in scena,
dio, più non ne potevo di aspettare

questo splendente, effimero momento
per celebrarti, pria che venga spento,
nella tua impassibilità serena

musica che ci accechi di bellezza,
d’eterna verità sacra fortezza.

 

PISA

Dalle toscane genti ognhor derisa
fosti insultata ancor dall’Alighieri,
ma quando ti ho rivista l’altro ieri
per sempre in cor mi rimanesti incisa,

pur con la gola di cemento e ghisa,
che di catarri poco lusinghieri
all’influenza i funebri cantieri
fortuna preparò, che m’ebbe invisa.

Quanto sei bella, eppur senza pretese,
io ch’ero adusa ai fasti fiorentini
o alla crassa burbanza livornese:

al sol d’ottobre in vicoli e giardini
con la tue dolce quiete m’hai conquisa,
o mia radiosa, o mia splendida Pisa.

 

VACANZA

Solo tre giorni per tirare il fiato
lontano dai miei giri tumultuosi,
senz’ulteriori indugi predisposi
per risanar lo spirito cariato

d’ogni mondanità restando a schivo,
di sonno e di buon cibo in abbondanza,
di quieto riposar nella mia stanza,
e con viaggiare lento e riflessivo

gustandomi il ristoro senza pari
con l’occhio di spaziar su boschi e prati,
far sosta in piccolissime stazioni

dove senza isteria, senza pressioni
occhieggiano discreti e soleggiati
convolvoli fioriti sui binari.

 

SESTINA VENEZIANA

I

A Disneyland svilita e declassata,
tu, poetica fogna a cielo aperto,
Venezia, eternamente violentata,
cieca non son di tua bellezza al merto,

mannaggia a te se sei meravigliosa,
mannaggia ai tuoi canali e ai portichetti
inerti in decadenza voluttuosa,
ricamati di crepe e di buchetti,

di nobile salmastro sudiciume
che vide pure il fulgido mio nume:
qui tu vivesti, Claudio, e poi moristi

per tua fortuna ancora ben lontano
dai selfie e le collane di Murano,
dal puzzo di gasolio e dai turisti.

 

II

Le cinque del mattino e già si muore,
io già ad andare a correre ero pronta,
ma dubito che reggerebbe il cuore
con questo caldo che furioso monta

e già ti rende greve il respirare
sudando i passi fiacchi ed ondeggianti,
per non parlare poi delle zanzare,
spietatamente leste a farsi avanti.

Ma camminar ben posso senza scuse,
mi abbevero, mi sazio e mi contento
dei fiori alle finestre e sui balconi,

dei gatti a spasso privi di padroni,
del blu sdrucito misto al verde spento
e al verderame delle imposte chiuse.

 

III

Decisamente son nel posto giusto
dove piacevolmente lavorare:
acustica perfetta per cantare,
fastoso e al tempo stesso di buon gusto,

difeso ben da spifferi o calura,
simpatico e cortese il personale,
insomma, tutto talmente ideale
da chiedersi dov’è la fregatura.

Amici miei, che siete rassegnati
alle mie paranoie da cantante,
per pochi istanti scioccamente corti

lasciate che la gioia mi trasporti
in questo tripudiare trionfante
di frange e affreschi ed ori cincischiati.

 

IV

Sei bella pure sotto il temporale,
mai l’avrei detto, eppure è proprio vero,
sotto il livor di questo cielo nero
e un improvviso vento che ti assale

e ovunque furoreggia schiaffeggiando
acqua impazzita ovunque in cielo e in terra
movendo cruda, vittoriosa guerra
al miserello mio ombrellesco brando.

E ora riemergi tutta scarmigliata
a un languido tramonto lagunare,
ancora più sbilenca e marcescente,

sublime, torbida città sfregiata,
dei tuoi gabbiani al lamentar stridente,
di tetti e di grondaie al gorgogliare.

 

V

Dormir poco, mangiare a malapena,
frenetico provare a più non posso,
microfoni che appiccicati addosso
contorti irrigidir fan collo e schiena,

nascostamente imposti inviti a cena,
io se non fosse pel cachet riscosso
direi stringendone il concetto all’osso
che questa par galera o quarantena.

Galera, incatenati ad ubbidire;
in quarantena, ognor fuori dal mondo;
e quasi mai poter interloquire

nel modo più sincero e più profondo,
ma simular spensieratezza e festa
tra un logorìo di nervi e un mal di testa.

E’ il mio lavoro, me lo son cercato,
ma lo sa Dio quanto mi sia costato.

 

VI

Pini, cicale, sole abbacinante,
selciato che risuona sotto i piedi,
un po’ cammini, un po’ sosti e ti siedi
e ascolti l’ondulare sciacquettante

dell’acqua lercia sul marmo macchiato
tra case e palazzetti tutti storti,
tra i rosa, e i rossi, e i bruni, e gli ocra smorti
che il cor fan malinconico e beato.

E dei ferri battuti alle volute
di ruggini e salsedini intessute,
di massima poesia quieto ritratto,

a questo stanco odor di pietra e mare
mi vien solo una cosa da pensare:
che bel regalo, Claudio, che mi hai fatto.

 

CONGEDO DI PROSERPINA

Dei morti malinconica regina,
di dignità e dolore incoronata,
di triste velo funebre ammantata
e di un’aguzza tiara diamantina,

in me trovato avevi anima affine,
per mesi tu mi sei vissuta dentro,
dei miei pensieri un ben difeso centro,
e poi è arrivata la temuta fine

e ieri ti ho dovuto dire addio,
anch’io ieri con te un po’ sono morta,
ahi strazio di una vita troppo corta

e dopo inevitabile l’oblìo;
ieri cantavo, e piangevo col canto,
d’inutil gloria rifiutando il vanto.

 

A FIOCCO

Gattone grigio scarno e spigoloso
in cui Europa ed Asia han mescolato
i tratti di un musino delicato
e un occhio machiavellico e vizioso,

di voce burbanzosa e prepotente
quando non giochi a fare il lamentoso,
furfante opportunista e dispettoso,
per farti compatire dalla gente,

ma questo pomeriggio che ti è preso,
complice fu primaveril passione
che grave mi facesti del tuo peso

e tanta pretendesti dedizione?
Eravamo davvero un bel ritratto,
coppia amorosa di soprano e gatto.

 

CONCERTO PRIVATO

Tante cose fan rima con Palazzo…
Se un tempo haver potevo ammirazione
per questa così antica istituzione
che alquanto desta popolar schiamazzo,

idea cambiai veloce come un razzo
d’accoglienza al veder la condizione,
qual fossi untor d’appestator vibrione
o complice d’anarchico intrallazzo.

Sì, tante cose rìman con Palazzo,
e l’eloquenza mia tutta Aretina
sfogar vorrebbe il suo impudico lazzo

mentre il corpo malvolentier s’inchina
a un’equivoca schiera, che ai blasoni
indulge più al potere, et ai dobloni.

 

A THAIS

Gattaccia presa dritta dalla strada,
sfacciatamente tridimensionale,
che ora si atteggia a fare la regale
e socchiudendo gli occhi color giada

ti impone a forza di soprassedere
sulla ienesca tinta di pelliccia
o sul protervo cumulo di ciccia,
grandioso sul giunonico sedere.

Quell’ignorarmi in modo sì calcato,
quel sogguardare incredulo e schifato,
e della coda quei moti stizzosi,

dell’alma mia che ai tuoi piedi deposi
d’amor tu fosti sorda alle bisogne,
o augusta imperatrice delle fogne.

 

YBRIS

La prima volta che misi uno smalto,
sebbene trasparente, a un’audizione,
non mi ha portato a lieta conclusione
né far di qualità mi fece il salto.

Allora ero troppo terrorizzata
per divertirmi a mettermi un po’ in mostra
in questa della vita eterna giostra
che più la temi più si fa spietata.

Adesso le mie unghie son vermiglie,
ben me ne vanto e ben ne faccio uso,
e gli auditori ben ponno star certi

che me ne frego dei lor ranghi o merti,
nulla ci metto a ridergli sul muso,
loro e le relative lor famiglie.

 

NEMESIS

Bella davvero quell’unghia vermiglia,
peccato che staman giù per le scale
sono caduta e mi son fatta male
beccandomi una storta alla caviglia,

e in un balen da femmina fatale
che burbanzosamente il mondo artiglia
mi sono trasformata a meraviglia
in orfanella al giorno di Natale.

D’accordo, son finita da eroina
per come ho seguitato a registrare
senza un lamento fuor che lo spartito;

ma nel mio cuoricino di gattina
non ho cessato mai di bestemmiare,
e ancora adesso inver non ho fnito.

 

TRILOGIA FIORENTINA

I – DIETA

Quando il destin m’espone ai suoi agoni
trovo rifugio in sogni un po’ indecenti
ove con libertà affondare i denti
in provole, salsicce, bistecconi,

fritti, brasati e, sommi godimenti,
in paste, gnocchi, sfoglie, cannelloni,
dolci, risotti, pizze e maccheroni
farciti dei più grevi condimenti.

Ciascuno ha il suo color, la sua fragranza,
ciascuno in sé racchiude un universo
ch’esula, ahimé, da quel della mia dieta;

ma finché è solo un sogno è già abbastanza
per dar conforto in un momento avverso
e il viaggio proseguir lucida e lieta.

 

II – NESSUN MORDA

Carissima! Che gioia rincontrarci,
mi mancan le parole dal contento.
Le ultime news dobbiamo raccontarci,
è ver che il tuo CD fu un fallimento?

Ahi te ne prego, stella, fa’ attenzione,
cerca di essere un po’ meno calante,
proprio oggi non ci siamo a intonazione
o è forse tracheite galoppante?

Ed hor che fai, bifolca dissennata,
invece di venire a ringraziarmi
per la premura che t’ho dimostrata

ti periti in tal guisa di insultarmi?!
Crepa, laida cagnaccia svergognata,
niun teco mi vedrà mai più sprecarmi.

 

III – A CATERINA

Mentre ero in autobus e componevo
sonetti su soprani e maccheroni
e presa dai miei versi mattacchioni
tutta fiera di me mi compiacevo,

ecco che un tipo mi si siede accanto
e inizia a maltrattar la fidanzata
che alle sue urla sembra abituata
e rannicchiata se ne sta in un canto.

Per nome ti insultava, Caterina:
io ti volevo dir fuggi lontano,
non gli parlare più, non lo ascoltare,

ma non ci son riuscita, Caterina,
più d’una volta ho cercato invano
il tuo sguardo disfatto di incrociare.

 

LAMENTO DEL SOPRANO (OVERO TENORE) ALLO SPECCHIO

Ed ecco, giunse alfin la gran serata
ma più non riesco a entrare nel vestito.
Che sia la mia figura un po’ ingrassata
o l’abito fellon rimpicciolito?

Ahi che vergogna, ahi poter sparire,
ahi cicce debordanti e invereconde,
già i lazzi della folla parmi udire
cui il ghigno dei colleghi ben risponde:

“Vantavi la snellezza di un ghepardo
e anchor senza pietà ti concedevi
di far strage di cuori con un guardo,

ma va dedotto innanzi a questo scempio
che da fatale lince delle nevi
a Garfield sei passat’a novo esempio.”

 

AUDITIONE MATUTINA

Con l’apparir di Febo all’orizzonte
s’appresta ratta l’ora del cimento,
benché canoro non meno cruento
di quei sì cari a Marte et a Caronte.

Ma come ahimè pugnar con l’ossa rotte
e voce gracidante di batrace
poi ch’ebbi a schivo il sonno e la sua pace
per stare a cazzeggiar tutta la notte?

Tu che salute porti alla mia vita,
che d’ogni vaga seta più pretiosa
el fodero tu se’ de le mie spade,

deh fammi gratia della tua pietade,
mia tenera, dolcissima Mucosa,
e all’ugola riarsa porgi aita.

 

DELLA MODESTIA DELLE MODERNE VIRTUOSE

Al mondo oggi non v’è chi non ammetta
che a prime donne un po’ troppo esigenti
con gioia caverebbe tutti i denti.
E come non capir voglia sì retta?

Sbaglia però chi a credermi s’affretta
alla stregua di quelle impertinenti;
non fo che palesare ai quattro venti
mia aspirazion discreta e timidetta:

far de’ Teatri tutti i miei palazzi,
di damasco ammantata e lieve trina
tra filigrane e sete volteggianti,

barbagli vittoriosi di brillanti
e iris, rose, gigli a grandi mazzi,
di folle deliranti la Regina.

 

LINATE

Eccomi qua di nuovo in aeroporto
col fantozziano anticipo consueto,
cercando di riempire il tempo morto
con verseggiar simpatico e discreto

sfoggiando indosso quel grazioso stile
con cui uso abbigliarmi all’occasione,
e in fondo al cuore il panico sottile
da tipica vigilia d’audizione.

Se penso a quale tormentoso affanno
divora uno scrittore, ed a qual gioia,
per come ultimamente son finita

di me per epitaffio scriveranno:
“Se fu il cantare sua ragion di vita,
poetessa diventò solo per noia”.

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