SONETTI

I  SONETTI  DI  PETRONILLA  –  antologìa

PROLOGO

Si va spargendo homai una certa fama
del verseggiare mio senza censura,
e ognhor più spesso v’è chi mi reclama
per un Sonetto fatto su misura.

Per consentire a scrivere a comando
senza la dignità sacrificare
el nome mio vo’ metter tosto al bando
trovandomene un altro da adottare.

Se il gran Petronio con genial scintilla
mescere seppe el tosco a’ complimenti
che ‘l suo mestier chiedeva di pedaggio

è per recargli il più sentito Homaggio
che d’ora innanzi i miei componimenti
col nome firmerò di Petronilla.

 

 

SESTINA TORINESE

I – ATTO I

Da quanto non mi succedeva questa
struggevole agonìa di liquefarsi,
e tu con me, di sete entrambi arsi,
terrificante, inappagata festa

di sensi che fan perdere la testa,
fuggirsi, e prendersi, e baciarsi, e darsi,
l’una dall’altro non saper staccarsi
ché sempre meno è il tempo che ci resta,

e il tuo odore sublime che mi avvolge,
e i tuoi capelli voluttuosi e vivi,
baciami ancora, stringimi a morire,

facciamo ancora splendere e ruggire
fremendo negli avvinghi più lascivi
fuochi di demoni e di malebolge.

Scena d’amore di dieci minuti,
direi però che ci sono piaciuti.

 

II – ATTO IV

Portare in scena il proprio fallimento,
lividi alle ginocchia e sulle braccia,
lasciarsi in cuore leggere, ed in faccia,
tenendo sempre a mente il vero intento

ch’è quello di coinvolgere gli astanti
magnificando le proprie miserie,
senza crollare sotto le macerie,
andando ad ogni costo sempre avanti

col corpo che ti urla di dolore,
l’anima esausta e senza più risorsa,
la gola rinserrata in una morsa

che par che non esista via d’uscita,
un altro modo di goder la vita,
un altro modo di goder l’amore.

 

III – TEATRO

Uno ti dice di fare una cosa,
tu ti ci impegni, ci rifletti sopra
senza saper ch’è vana la tua opra
sì ponderata e sì meticolosa,

ché l’altro arriva isterico e affannato
a correggerti tutte le tue mosse:
tu lo vorresti prendere a percosse
fino a vederlo al suol disintegrato

perché ora non sai più a chi dare retta,
fra i due fatta evidente è la maretta,
e tu sei quello che ci va di mezzo,

in questo palco pien d’umano olezzo
ascellare, pedestre et inguinale
tra cetre e veli e fiori finti e gale.

 

IV – PROVE

Neve che fiocca lenta su Torino
e si sfarina sui vetri gelati,
portici silenziosi et imbiancati
e dietro una finestra un lumicino

che fa tanto Natale, e invece è marzo,
è quasi primavera, e si lavora,
e poi si aspetta, e si ripete ancora,
fatica spaventosa e poco sfarzo

in questo nostro inver strano mestiere
ove si muor di doglia e di piacere
e alcuna inibizion più non si sente;

urge però restar sani di mente,
e ricordar quell’innevata alcova
dov’è la vita vera a fine prova.

 

V – PROVA COSTUMI

Finché parevi sceso da un trattore,
jeans e camicia tutta stazzonata,
era un piacere essere spupazzata
e assaporare il tuo rude vigore

che sì languir mi fece in questi giorni,
e dell’ormone all’insidioso laccio
abbandonarmi inerme ad ogni abbraccio;
ma adesso guarda come mi ritorni,

oh figlio mio, qui proprio non ci siamo,
parìa per Elton John la confezione
di questo vestitin da Biancaneve,

et io bruciante il core di passione
d’amore dovrei fingere il richiamo?
Non si profila una serata breve.

 

VI – PRIMA

E poi arrivò quel giorno da affrontare
strappandolo a fatica ora per ora,
di nervi un logorìo che ti divora
e il pranzo che non riesci ad ingoiare,

rispondere agli auguri degli amici
sentendoti un malato in ospedale,
pensando che il mestiere più bestiale
rendere non potrìa tanto infelici,

poi arriva l’ora di vocalizzare,
trucco, parrucco, e finalmente in scena,
dio, più non ne potevo di aspettare

questo splendente, effimero momento
per celebrarti, pria che venga spento,
nella tua impassibilità serena

musica che ci accechi di bellezza,
d’eterna verità sacra fortezza.

 

PISA

Dalle toscane genti ognhor derisa
fosti insultata ancor dall’Alighieri,
ma quando ti ho rivista l’altro ieri
per sempre in cor mi rimanesti incisa,

pur con la gola di cemento e ghisa,
che di catarri poco lusinghieri
all’influenza i funebri cantieri
fortuna preparò, che m’ebbe invisa.

Quanto sei bella, eppur senza pretese,
io ch’ero adusa ai fasti fiorentini
o alla crassa burbanza livornese:

al sol d’ottobre in vicoli e giardini
con la tue dolce quiete m’hai conquisa,
o mia radiosa, o mia splendida Pisa.

 

VACANZA

Solo tre giorni per tirare il fiato
lontano dai miei giri tumultuosi,
senz’ulteriori indugi predisposi
per risanar lo spirito cariato

d’ogni mondanità restando a schivo,
di sonno e di buon cibo in abbondanza,
di quieto riposar nella mia stanza,
e con viaggiare lento e riflessivo

gustandomi il ristoro senza pari
con l’occhio di spaziar su boschi e prati,
far sosta in piccolissime stazioni

dove senza isteria, senza pressioni
occhieggiano discreti e soleggiati
convolvoli fioriti sui binari.

 

SESTINA VENEZIANA

I

A Disneyland svilita e declassata,
tu, poetica fogna a cielo aperto,
Venezia, eternamente violentata,
cieca non son di tua bellezza al merto,

mannaggia a te se sei meravigliosa,
mannaggia ai tuoi canali e ai portichetti
inerti in decadenza voluttuosa,
ricamati di crepe e di buchetti,

di nobile salmastro sudiciume
che vide pure il fulgido mio nume:
qui tu vivesti, Claudio, e poi moristi

per tua fortuna ancora ben lontano
dai selfie e le collane di Murano,
dal puzzo di gasolio e dai turisti.

 

II

Le cinque del mattino e già si muore,
io già ad andare a correre ero pronta,
ma dubito che reggerebbe il cuore
con questo caldo che furioso monta

e già ti rende greve il respirare
sudando i passi fiacchi ed ondeggianti,
per non parlare poi delle zanzare,
spietatamente leste a farsi avanti.

Ma camminar ben posso senza scuse,
mi abbevero, mi sazio e mi contento
dei fiori alle finestre e sui balconi,

dei gatti a spasso privi di padroni,
del blu sdrucito misto al verde spento
e al verderame delle imposte chiuse.

 

III

Decisamente son nel posto giusto
dove piacevolmente lavorare:
acustica perfetta per cantare,
fastoso e al tempo stesso di buon gusto,

difeso ben da spifferi o calura,
simpatico e cortese il personale,
insomma, tutto talmente ideale
da chiedersi dov’è la fregatura.

Amici miei, che siete rassegnati
alle mie paranoie da cantante,
per pochi istanti scioccamente corti

lasciate che la gioia mi trasporti
in questo tripudiare trionfante
di frange e affreschi ed ori cincischiati.

 

IV

Sei bella pure sotto il temporale,
mai l’avrei detto, eppure è proprio vero,
sotto il livor di questo cielo nero
e un improvviso vento che ti assale

e ovunque furoreggia schiaffeggiando
acqua impazzita ovunque in cielo e in terra
movendo cruda, vittoriosa guerra
al miserello mio ombrellesco brando.

E ora riemergi tutta scarmigliata
a un languido tramonto lagunare,
ancora più sbilenca e marcescente,

sublime, torbida città sfregiata,
dei tuoi gabbiani al lamentar stridente,
di tetti e di grondaie al gorgogliare.

 

V

Dormir poco, mangiare a malapena,
frenetico provare a più non posso,
microfoni che appiccicati addosso
contorti irrigidir fan collo e schiena,

nascostamente imposti inviti a cena,
io se non fosse pel cachet riscosso
direi stringendone il concetto all’osso
che questa par galera o quarantena.

Galera, incatenati ad ubbidire;
in quarantena, ognor fuori dal mondo;
e quasi mai poter interloquire

nel modo più sincero e più profondo,
ma simular spensieratezza e festa
tra un logorìo di nervi e un mal di testa.

E’ il mio lavoro, me lo son cercato,
ma lo sa Dio quanto mi sia costato.

 

VI

Pini, cicale, sole abbacinante,
selciato che risuona sotto i piedi,
un po’ cammini, un po’ sosti e ti siedi
e ascolti l’ondulare sciacquettante

dell’acqua lercia sul marmo macchiato
tra case e palazzetti tutti storti,
tra i rosa, e i rossi, e i bruni, e gli ocra smorti
che il cor fan malinconico e beato.

E dei ferri battuti alle volute
di ruggini e salsedini intessute,
di massima poesia quieto ritratto,

a questo stanco odor di pietra e mare
mi vien solo una cosa da pensare:
che bel regalo, Claudio, che mi hai fatto.

 

SAINT-DÉNIS

Scriver volevo il solito sonetto
su questo bel concerto parigino,
che fece trionfare il botteghino
e traggere ovazioni da ogni petto,

ma fiacca era la rima, incerto il suono,
perché l’ispirazion non era vera,
e senza sotto una base sincera
non un sol verso viene che sia buono.

Che sia libero dunque, che si plasmi
oltre quelle armonie sì sovrumane,
sul quotidiano strazio ormai normale,

sul buio bivaccare in tangenziale
di miseri relitti, di fantasmi
su questa terra il cui patir fu immane.

 

CONGEDO DI PROSERPINA

Dei morti malinconica regina,
di dignità e dolore incoronata,
di triste velo funebre ammantata
e di un’aguzza tiara diamantina,

in me trovato avevi anima affine,
per mesi tu mi sei vissuta dentro,
dei miei pensieri un ben difeso centro,
e poi è arrivata la temuta fine

e ieri ti ho dovuto dire addio,
anch’io ieri con te un po’ sono morta,
ahi strazio di una vita troppo corta

e dopo inevitabile l’oblìo;
ieri cantavo, e piangevo col canto,
d’inutil gloria rifiutando il vanto.

 

A FIOCCO

Gattone grigio scarno e spigoloso
in cui Europa ed Asia han mescolato
i tratti di un musino delicato
e un occhio machiavellico e vizioso,

di voce burbanzosa e prepotente
quando non giochi a fare il lamentoso,
furfante opportunista e dispettoso,
per farti compatire dalla gente,

ma questo pomeriggio che ti è preso,
complice fu primaveril passione
che grave mi facesti del tuo peso

e tanta pretendesti dedizione?
Eravamo davvero un bel ritratto,
coppia amorosa di soprano e gatto.

 

CONCERTO PRIVATO

Tante cose fan rima con Palazzo…
Se un tempo haver potevo ammirazione
per questa così antica istituzione
che alquanto desta popolar schiamazzo,

idea cambiai veloce come un razzo
d’accoglienza al veder la condizione,
qual fossi untor d’appestator vibrione
o complice d’anarchico intrallazzo.

Sì, tante cose rìman con Palazzo,
e l’eloquenza mia tutta Aretina
sfogar vorrebbe il suo impudico lazzo

mentre il corpo malvolentier s’inchina
a un’equivoca schiera, che ai blasoni
indulge più al potere, et ai dobloni.

 

SONETTO MONTEVERDIANO – IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA

Mentre ti ascolto un giorno dopo l’altro
e dispiegando vai i tuoi personaggi,
humano o pur divin, honesto o scaltro,
sol ora vedo gli abbaglianti raggi

di questa musica che ci hai lasciato,
di cui io né dal vivo né dal disco
mai m’ero accorta appieno nel passato;
però l’afferro adesso, la capisco

ora che in cor non regna più l’inverno;
e pur la voce or gode nel fluttuare
nell’oro luminoso del tuo mare,

o d’armonia maestro sempiterno,
tu che l’anima mia catturi e perdi,
o mio adorato Claudio Monteverdi.

 

SONETTO MONTEVERDIANO – A GIACOMO BADOARO

In queste settimane intense alquanto
ove fra visi amici e conosciuti
i doverosi miei voti e tributi
al divin Claudio officio col mio canto,

divisa son tra i diversi talenti
di un sì cotanto eccelso musicista
e d’assai men fulgente librettista;
fra tante rime deggio dir scadenti

sol una ne trovai davvero buona:
che l’opera si canti o il madrigale,
premiati o men da secolar successo,

permane ognhor de’ musicanti appresso
l’arguto etterno adagio universale,
“che non si canta ben se l’or non suona”.

 

ITALIA MIA

Di gaudio spensierato né di feste
il gran Petrarca inver non fece vita,
ma se di gravi doglie fu intristita,
di ramingar solingo e d’atra peste,

almen poté cantar di boschi e prati,
di purissime fonti d’acque lievi,
di silenziose, immacolate nevi
cui tutti i sensi ne venìan baciati;

nell’èra di Autogrill se nato fosse,
potuto non havrebbe risparmiare
a que’ suoi stessi sensi le percosse,

tra Discoradio ovunque a schiamazzare,
e tra autostrade, e bar, e capannoni,
di poesia cimitero, e degli ormoni.

 

FILASTROCCHE MONTEVERDIANE

I

Son Proserpina regina,
malinconica e tapina,
di Pluton la mogliettina
che quand’ero ancor bambina
di me fece la rapina
nel fiorir di una collina,
e ora taccio a testa china
dalla sera alla mattina
con nel cor più di una spina.
Ahi me lassa, ahi me meschina,
la mia vita è una rovina,
ogni morto a me s’inchina,
poi per l’Ade si trascina
ch’è affollato come in Cina.
Ma che voce sopraffina
ha quel tipo che cammina,
chiede indietro la sposina
ch’è defunta, poverina,
ah che musica divina,
meglio ancor che la Sestina,
con il cor gli son vicina
e anche un po’ innamoratina.
Son pur sempre una regina,
con Pluton sarò carina,
e un po’ vacca un po’ gattina
scioglierò in qualche moina
quel suo cor di giaccio e brina.
Già il cipiglio gli s’incrina,
già gli cola l’acquolina,
mi fa l’occhio di sardina
e la voce zuccherina,
sono proprio un’eroina.

 

II

Son la bella damigella,
dolce come caramella,
forse un poco stupidella,
sventolando la gonnella
fo danzar la tarantella
a chi attorno mi saltella
per amor di mia mammella.
Della vita in su la sella
godo la mia buona stella
nella regia cittadella,
ma al contrario di Stradella
mai mi chiuderanno in cella,
e nemmeno su in cappella
ove a Dio l’omo s’appella
e in affannni s’arrovella,
ché la strada è proprio quella
per morire da zitella.
Son sì allegra damigella,
vezzosetta e tenerella,
sempre in giro a far flanella,
mi si crede una donzella
usa ad ogni scappatella
ma in realtà son verginella,
di virtù una colombella,
Barbarina è mia sorella.

 

III

Son la splendida Giunone,
dea di tutte le matrone,
mi rispecchio nel pavone,
mia bestiola d’adozione.
Porto con soddisfazione
dell’Olimpo le corone,
uso i troni qual poltrone,
ma il mio petto in sé ripone
il velen di uno scorpione:
tuonerei come cannone,
farei fuori col piccone
quello stupido troione
che mi ha vinto alla tenzone
dell’estrema seduzione,
che indecente paragone,
non c’è inver più religione.
E per questa delusione
feci horrenda ritorsione
d’Ilio alla popolazione:
morte, guerra, distruzione,
di ogn sfiga collezione
con un’ottima ragione,
con impegno e con passione,
ma hor finita è la missione,
hor vediam se con le buone
riesco a prendere all’arpione
mio marito, quel cialtrone,
col mio abile sermone
trasferir la partizione
degli effetti di ogni azione
alla mia giurisdizione
e Odisseo da gran birbone
far tornare alla magione,
travestito da barbone
se necessitade impone.

 

IV

Son la torrida Poppea,
dell’amor sembro la dea,
bianca al par di un’orchidea
da mandar tutti in apnea,
al vedermi ognun si bea
e di amanti ho una marea.
Ma se Otton pur mi godea,
(lui e la sua logorrea),
per il trono io sol vivea,
e a Nerone il cor sciogliea
con in testa nova idea,
chiaramente epicurea,
che sua sposa mi ricrea:
via dalla massa plebea
coi suoi mobiletti Ikea,
dominar vo’ la platea
alla fin dell’epopea,
imperatrice augustea
d’assassinio ancorché rea.
Son malvagia? Si sapea.

 

LA DOLCE VITA

Alzarsi all’alba o ancora a notte fonda,
farsi settantacinque addominali,
vestirsi, lucidare gli stvali,
colazione affrettata e spesso immonda,

pullman, aereo, taxi tutto il giorno,
pranzo all’impiedi fra due coincidenze
chiudendo l’audio a voci e maldicenze
scambiate dai colleghi tutt’intorno,

precipitoso arrivo al nuovo albergo,
prova in teatro, trucco, vestizione,
concerto, post concerto e infine a letto,

benché sia tutto ver cio ch’io qui vergo,
che questa è una ben pigra professione
più d’una volta ancor mi è stato detto.

 

A CLOE

Minuscola micina in nero e argento,
guizzante e snella quale ballerina
non fosse per la zampa sifolina
che temo ti causò più d’un tormento,

dal saltellar sbilenco e delizioso
e dal grigio musino impertinente
fin troppo conscio d’esser sì avvenente,
vezzoso in veglia e tenero in riposo,

lieve e silente al pari di una piuma
sul velluto delle tue tre zampine
al mondo ti nascondi e ti concedi,

poi in cima al muro del giardin ti siedi,
statua di un’eleganza senza fine
sfumata del crepuscolo alla bruma.

 

A THAIS

Gattaccia presa dritta dalla strada,
sfacciatamente tridimensionale,
che ora si atteggia a fare la regale
e socchiudendo gli occhi color giada

ti impone a forza di soprassedere
sulla ienesca tinta di pelliccia
o sul protervo cumulo di ciccia,
grandioso sul giunonico sedere.

Quell’ignorarmi in modo sì calcato,
quel sogguardare incredulo e schifato,
e della coda quei moti stizzosi,

dell’alma mia che ai tuoi piedi deposi
d’amor tu fosti sorda alle bisogne,
o augusta imperatrice delle fogne.

 

YBRIS

La prima volta che misi uno smalto,
sebbene trasparente, a un’audizione,
non mi ha portato a lieta conclusione
né far di qualità mi fece il salto.

Allora ero troppo terrorizzata
per divertirmi a mettermi un po’ in mostra
in questa della vita eterna giostra
che più la temi più si fa spietata.

Adesso le mie unghie son vermiglie,
ben me ne vanto e ben ne faccio uso,
e gli auditori ben ponno star certi

che me ne frego dei lor ranghi o merti,
nulla ci metto a ridergli sul muso,
loro e le relative lor famiglie.

 

NEMESIS

Bella davvero quell’unghia vermiglia,
peccato che staman giù per le scale
sono caduta e mi son fatta male
beccandomi una storta alla caviglia,

e in un balen da femmina fatale
che burbanzosamente il mondo artiglia
mi sono trasformata a meraviglia
in orfanella al giorno di Natale.

D’accordo, son finita da eroina
per come ho seguitato a registrare
senza un lamento fuor che lo spartito;

ma nel mio cuoricino di gattina
non ho cessato mai di bestemmiare,
e ancora adesso inver non ho fnito.

 

TESTAMENTO

Di che potrei parlare questa volta,
homai comincio ad esser conosciuta
e tanta gente fassi compiaciuta
di aver dei miei sonetti la raccolta

premendo per carpirne ognhor di novi,
come se un dì non possa capitare
che un paio non li voglia divulgare
o alcuna ispiratione io più non trovi.

Per questo mai faronne il mio mestiere,
sol dopo morta li vo’ pubblicati
e solamente quei che dico io;

fia questo senza appello il voler mio,
e botoli scalcianti e dissanguati
farò delle disobbedienti schiere.

 

FILASTROCCA

Cè una diva un po’ ammalata,
meschinella, sventurata,
da bronchite soverchiata
langue tutta la giornata
e in continuo spurga e sfiata
di catarro una colata.

Fatta insonne la nottata
altri morbi s’è beccata,
freddo e febbri l’han prostrata
e nel letto or è inchiodata
ove gracida sfibrata
Ahi tapina, ahi disgraziata.

Ma la diva è ben vegliata,
dal suo bello coccolata,
con amor rifocillata
di minestra prelibata
e a merenda un po’ viziata
con dolcetti e cioccolata.

Se però per sorte ingrata
questa tosse malcreata
presto non sarà passata,
la sua prossima cantata
dovrà dirsi cancellata,
ahi che diva sfortunata.

 

LINATE

Eccomi qua di nuovo in aeroporto
col fantozziano anticipo consueto,
cercando di riempire il tempo morto
con verseggiar simpatico e discreto

sfoggiando indosso quel grazioso stile
con cui uso abbigliarmi all’occasione,
e in fondo al cuore il panico sottile
da tipica vigilia d’audizione.

Se penso a quale tormentoso affanno
divora uno scrittore, ed a qual gioia,
per come ultimamente son finita

di me per epitaffio scriveranno:
“Se fu il cantare sua ragion di vita,
poetessa diventò solo per noia”.

 

AUTUNNO

Seduta in un vagone polveroso
guardavo correr via gli alberi e i fossi,
e pochi istanti fragili e commossi
trovato avevo alfine di riposo,

quand’ecco ch’entra il solito questuante
che dopo un indistinto biascicare
attacca fiaccamente a strimpellare
un pifferello sgrauso e petulante.

Privo di quella grazia naturale
ch’è scudo spensierato ed innocente
di chi suona candidamente male,

vidi solo uno schiavo indifferente
che al mondo si trascina senza posa,
del Suonatore Jones copia penosa.

 

ITALIA

La sala è lì, soltanto a pochi passi
e com’era previsto semivuota,
ed io, la pancia in uno schiacciasassi
vorrei tanto fuggir nel Minnesota

a cavar ferro per tutta la vita,
ché forse havrei una paga più decente
e certo non verrei più definita
diva, arrivista, o ancor nullafacente.

Palazzi, chiese, corti, ville, chiostri,
meravigliosi quanto maltrattati
ed assolutamente immeritati

da una gentaglia che li fa marcire,
cui invece di cantare vorrei dire
Io mi vergogno d’essere dei vostri.

 

LONDRA

La sala è lì, gremita, a pochi passi,
io mi consumo anchor di adrenalina,
ma quivi assai più nobile, più fina,
tal che poi vo com’in trionfo vassi

e ognuno di coloro ascolta e tace
mentre fremendo me ne vengo innante,
ed in questo silenzio traboccante
della mia voce fo orgogliosa face.

Ma l’approdare a una sicura meta
di quest’inquieto mondo non è cosa;
e l’homo fatto d’errabonda argilla

sempr’è in cammino, e se talhor vacilla
la memoria lo pungola impietosa
ch’alcuno in patria sua fu mai profeta.

 

ITALIANI

O voi di queste terre indegne genti,
perché il cerebro a friggervi insistete
quando le trasmissioni più dementi
vi rimirate sulla Quarta Rete?

Ahi populo d’isterici pezzenti,
sareste da tranciare col machete,
se pur io sia impietosa in questi accenti,
pei danni a tutto il mondo che movete.

Così dicea, quand’ero ancora ignara
che fra di lor non v’è solo plebaglia,
ma brava gente, e in gamba, e a me sì cara

che grave l’alma mia si fa, e più mesta
vedendo che defuntone il buonsenso
ogni ragione innanzi a lor s’arresta.

 

A IRO

Vecchio scasson scheletrico e bavoso,
malconcio libertin sozzo e lubrico,
equivoco e ben oculato amico
di chi teco si mostri generoso,

per tacer poi delli tuoi dubbi afrori
che cingono d’un’aura graveolenta
questa tua figurina macilenta
col tuo ammiccar di giallastri bagliori,

se fossi tu animal di razza humana
non ti definirei che disgustoso,
ma a un micio sconquassato e appiccicoso

dal cappottin di rognosetta lana
che il mondo ancor combatte con fierezza
io mai negar potrò tonno e carezza.

 

TRILOGIA FIORENTINA

I – DIETA

Quando il destin m’espone ai suoi agoni
trovo rifugio in sogni un po’ indecenti
ove con libertà affondare i denti
in provole, salsicce, bistecconi,

fritti, brasati e, sommi godimenti,
in paste, gnocchi, sfoglie, cannelloni,
dolci, risotti, pizze e maccheroni
farciti dei più grevi condimenti.

Ciascuno ha il suo color, la sua fragranza,
ciascuno in sé racchiude un universo
ch’esula, ahimé, da quel della mia dieta;

ma finché è solo un sogno è già abbastanza
per dar conforto in un momento avverso
e il viaggio proseguir lucida e lieta.

 

II – NESSUN MORDA

Carissima! Che gioia rincontrarci,
mi mancan le parole dal contento.
Le ultime news dobbiamo raccontarci,
è ver che il tuo CD fu un fallimento?

Ahi te ne prego, stella, fa’ attenzione,
cerca di essere un po’ meno calante,
proprio oggi non ci siamo a intonazione
o è forse tracheite galoppante?

Ed hor che fai, bifolca dissennata,
invece di venire a ringraziarmi
per la premura che t’ho dimostrata

ti periti in tal guisa di insultarmi?!
Crepa, laida cagnaccia svergognata,
niun teco mi vedrà mai più sprecarmi.

 

III – A CATERINA

Mentre ero in autobus e componevo
sonetti su soprani e maccheroni
e presa dai miei versi mattacchioni
tutta fiera di me mi compiacevo,

ecco che un tipo mi si siede accanto
e inizia a maltrattar la fidanzata
che alle sue urla sembra abituata
e rannicchiata se ne sta in un canto.

Per nome ti insultava, Caterina:
io ti volevo dir fuggi lontano,
non gli parlare più, non lo ascoltare,

ma non ci son riuscita, Caterina,
più d’una volta ho cercato invano
il tuo sguardo disfatto di incrociare.

 

LAMENTO FDEL SOPRANO (OVERO TENORE) ALLO SPECCHIO

Ed ecco, giunse alfin la gran serata
ma più non riesco a entrare nel vestito.
Che sia la mia figura un po’ ingrassata
o l’abito fellon rimpicciolito?

Ahi che vergogna, ahi poter sparire,
ahi cicce debordanti e invereconde,
già i lazzi della folla parmi udire
cui il ghigno dei colleghi ben risponde:

“Vantavi la snellezza di un ghepardo
e anchor senza pietà ti concedevi
di far strage di cuori con un guardo,

ma va dedotto innanzi a questo scempio
che da fatale lince delle nevi
a Garfield sei passat’a novo esempio.”

 

AUDITIONE MATUTINA

Con l’apparir di Febo all’orizzonte
s’appresta ratta l’ora del cimento,
benché canoro non meno cruento
di quei sì cari a Marte et a Caronte.

Ma come ahimè pugnar con l’ossa rotte
e voce gracidante di batrace
poi ch’ebbi a schivo il sonno e la sua pace
per stare a cazzeggiar tutta la notte?

Tu che salute porti alla mia vita,
che d’ogni vaga seta più pretiosa
el fodero tu se’ de le mie spade,

deh fammi gratia della tua pietade,
mia tenera, dolcissima Mucosa,
e all’ugola riarsa porgi aita.

 

DELLA MODESTIA DELLE MODERNE VIRTUOSE

Al mondo oggi non v’è chi non ammetta
che a prime donne un po’ troppo esigenti
con gioia caverebbe tutti i denti.
E come non capir voglia sì retta?

Sbaglia però chi a credermi s’affretta
alla stregua di quelle impertinenti;
non fo che palesare ai quattro venti
mia aspirazion discreta e timidetta:

far de’ Teatri tutti i miei palazzi,
di damasco ammantata e lieve trina
tra filigrane e sete volteggianti,

barbagli vittoriosi di brillanti
e iris, rose, gigli a grandi mazzi,
di folle deliranti la Regina.

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